La funzione intellettuale di un fabbro

Chi lo dice che un fabbro non possa essere un intellettuale?

PROBLEMA NUMERO UNO..intellettuale come funzione VS intellettuale come ruolo

Se per intellettuale si intende un chiacchierone chiuso nel suo autismo allora un fabbro con la sua concretezza non potrà esserlo di certo. Perché se un fabbro non compone, magari in ferro battuto, un oggetto che al cliente piaccia non mangia. La concretezza del fabbro, però, non scredita assolutamente il suo lavoro, piuttosto la soddisfazione del cliente è l’obbiettivo che si pone..anche se (probabilmente) spesso cede il passo alle pretese più o meno giustificabili dei clienti.

Se questo non vi basta pensate al fabbro del Forte Prenestino di Roma (centocelle) che prende  dei telai di vecchie moto e saldandololi insieme ne compone un mostro per significare la bruttezza delle strade e delle piazze invase da veicoli a motore che distruggono la bella vista delle nostre città.

Diventa chiaro come l’essere intellettuale non è esclusivamente un ruolo su cui arroccarsi per non accettare i feedback (magari negativo) fatto da profani, che si pretendono non in  grado di capire. L’intellettuale  visto come funzione invece è quella specifica competenza, che ogni professionista può assumere come obbiettivo,  a favorire un processo di pensiero critico su quanto diamo per scontato.

Di qui ne deriva che se è in crisi il ruolo dell’intellettuale di certo non sarà mai in crisi la funzione dell’intellettuale!

Certo, troppo spesso la funzione dell’intellettuale è relegata nell’underground. Daltronde il ruolo dell’intellettuale è in crisi proprio perché l’intellettuale medio non è più in grado di spiegare i concetti (per lo più molto semplici) che dovrebbe elargire. L’incompetenza dell’intellettuale  pare essere il perno del nostro periodo storico in Italia.

Ecco la provocazione…un fabbro può essere intellettuale, mentre un “intellettuale” (tra virgolette perché spesso chi pretende di esserlo si arrampica sugli specchi) potrebbe paventare un ruolo senza un background realmente solido di idee che lo supportino. Ecco la difficoltà italiana di questo periodo, dare voce a quei processi di pensiero critico, che oggi sono reclusi nell’underground…il che ricorda il tafano di Socrate.

PROBLEMA NUMERO DUE: L’intellettuale come scusa per essere “Contro”

Lasciare che il pensiero critico sia relegato in un circuito contrapposto al resto della società è un problema, perché il pensiero critico non deve divenire qualcosa che altri (i normali, i semplici, i borghesi…1000 modi di connotare chi non ha voglia di sforzarsi a pensare) non possono comprendere. In questo caso l’essere contro diventa una regola ed un modo di sancire una superiorità. Tentare di stimolare un pensiero è molto diverso del sancire di essere migliori di altri solo perché pretestuosamente artisti.

Veicolo di una funzione intellettuale per eccellenza è l’arte, e spesso è davvero così. Il messaggio di un’opera d’arte, fatta da un fabbro che saldando insieme dei telai lancia un forte messaggio critico, sul fronte economico, ecologico e culturale, rispetto ai mezzi di trasporto a motore. Rendere comprensibili (ai sopracitati idioti) tale messaggio è un’altro paio di maniche! Alle mostre in genere ci sono le locandine, per spiegare tali significati nascosti.

ONLY SOLUTION

Vari modi di rendere i significati chiari agli interlocutori. Me ne vengono in mente almeno tre..

1 locandine stile mostre…pipponi lunghissimi ma dai contenuti assenti (intellettuale come ruolo)

2 Assenza di locandine…chi vuol capire capisca! o sei uno figo o fottiti! tipo il fabbro dei centri sociali che concepisce un’opera dal significato incredibile, ma che non si pone per nulla l’obbiettivo di spiegarlo ai profani.

3 In mezzo c’è la virtù. Creare un interesse in chi vede un’opera d’arte! E’ chiarmente un’operazione difficile, non c’è dubbio! Non solo concepire l’immagine artistica, ma anche saperla spiegare, e talvolta addrizzare il tiro anche su consiglio del primo passante che pone una questione su un nodo cruciale per il messaggio che si vuole mandare. Eppure la sfida è proprio questa! Accettare il feedback dal profano è ancora più difficile, entrare nel merito con il profano è un rospo duro da accettare…perché se qualcuno recepisce il messaggio e magari dice “bhè si, bel messaggio! ma io l’avrei detto in quest’altro modo” è un problema per l’artista o l’intellettuale che si vive come migliore di altri e che in quanto tale non accetta/ascolta feedback di alcun tipo.

Ecco il vero problema. Nel 2011 nessuno si può permettere di arroccarsi su un ruolo indiscutibile, altrimenti ci si ritrova o nell’underground  con la conseguente difficoltà a restituire al resto della società il messaggio, oppure ci si ritrova con un ruolo forte ma con pochi contenuti da mandare.

Vi invito ad andare al forte a vedere la statua fatta con i telai delle moto..magari tra un pò metto delle foto. Comunque sempre 1000 volte meglio il fabbro del forte che Sgarbi che non capisce un cazzo di nessun argomento.

Mitopoiesi di Renzo Arbore: La vita è tutto un quiz!

Renzo Arbore insieme a Nino Frassica ha dato vita tra il 1987 ed il 1988 ad una delle trasmissioni che più di altre ha influenzato la storia della televisione degli anni ’90: “Indietro tutta!

Arbore in realtà aveva intenzioni fortemente critiche e satiriche nei confronti della TV italiana del tempo. La nascita di Mediaset e la conseguente deriva grottesca della tevevisione, che sempre più si allontanava dal fornire servizi ai cittadini, ha portato arbore a tirar sù questo programma su Rai2, intercettando questa deriva grottesca, connotando il tutto con la satira. Credo che il suo obbiettivo, conoscendo anche il suo film “Il papocchio” (critica a Wojtyla ed al vaticano), fosse quello di far pensare al telespettatore allo stato larvale a cui si riduce, chiudendosi in una routine quotidiana e noiosa, in cui la televisione ed i sogni di successo nello spettacolo sono le uniche vie di fuga dalla famiglia.

testa non pensante

Ma la critica se grottesca raramente viene capita! Spesso si confonde la satira con il trash. Indietro tutta! è il programma che fa uscire la TV dagli anni ’80 e la fa entrare ufficialmente negli anni ’90, in cui il trash e l’assenza di contenuti diventa uno standard in molti programmi televisivi, fino ad oggi. Esemplificativo è “Non è la Rai” di Gianni Boncompagni.
Per rendere il tutto più verosimile Arbore aveva addirittura uno sponsor inventato di nome “Cacao meraviglião” che veniva pubblicizzato tramite una canzone scritta da lui stesso (è un musicista clarinettista), cantata dall’allora quattordicenne Paola Cortellesi e ballata da ragazze finte brasiliane; il tutto ancora una volta per poter farsi beffa delle tecniche pubblicitarie che inventavano l’esoticità di un caffè che magri veniva prodotto a Pizzo Calabro. In quel periodo in cui l’audience della trasmissione era alle stelle i telespettatori cercavano il “Cacao Meraviglião” negli scaffali dei supermercati, perché non capiva che la sua inesistenza doveva piuttosto far pensare che la commercializzazione selvaggia e la sponsorizzazione dei prodotti in TV era un modo per rendere i “telespettatoti-semplici” dei “telespettari-che-comprano-e-che-spendono”.

Arbore lanciava con le sue canzoni messaggi critici a raffica! L’esempio migliore per me sta nella canzone “Si, la vita è tutto un quiz”, in cui critica il fatto che la TV si riempie sempre più di quiz in cui si diventa magicamente ricchissimi (beate lire)! Lo telespettatore annoiato, che segue delle trasmissioni in cui “si fanno i milioni”, si immedesima facilmente in chi sfida la fortuna, condividendo con lui sia i sogni di gloria che le ricadute rovinose. Il mito del fare soldi con una cultura generale, la cultura da quiz appunto, del vincere denaro con facilità (dando una “svolta” come dicono a Roma) o anche il semplice pensare che il futuro lo si possa costruire solo con una botta di fortuna (e non una botta di genio) è una cosa che ha inventato Mike Bongiorno (importando dagli USA), ma che ci portiamo dietro e che tutt’oggi riempie i palinsesti dei nostri canali televisivi.

La TV è piena di numerosissimi quizzettoni che allietano le noiose serate casalinghe degli stanchi lavoratori italiani, trasformando così il monitor della TV in un “focolare domestico 2.0”. In questo libro fatto di immagini in movimento si possono leggere le epiche gesta di fortunatissimi conoscitori dei più disparati frammenti di scibile umano: Le epiche gesta dei “Concorrenti di quiz”, ormai una professione sicura e con tanto di sindacato. Ma a volte i fortunatissimi concorrenti si trasformano in degli Icaro, che volando troppo in alto decadono allo stato di comune mortale perdendo miseramente e portando a casa il semplice gioco da tavola con cui poter continuare a giocare al “piccolo concorrente” per tutta la vita, ma entro il contesto familiare tanto odiato.
In ogni caso il telespettatore gode di quanto vede, come fosse in un’arena in cui si battono dei gladiatori che compiono gesta eroiche. Questo spettacolo forse più delicato dei miti greci, in quanto non c’è n’è sangue n’è morte, c’è però tutta l’enfasi e lo strazio che il desiderio comporta. [a parte che musicalmente mi pare faccia il verso alle canzoni del fascio..specie quando il coro dice “Bisogna vincere e vinceremo” oltre che riprendendo il classico stile vocale radiofonico del regime…bho!]

Arbore ben consapevole di tutto ciò, volutamente ironizza sulla deriva della TV italiana (questione ancora attualissima) tramite una comicità grottesca, che oggi definiremmo trash in cui le antenate delle veline: “Le ragazze coccodè” mostrano i loro corpi ostentando una stupidità che magari non le riguarda realmente.

Questo è il mito della TV d’oggi: un luogo dei sogni, un posto magico come l’olimpo, in cui si consumano le sventure dei comuni mortali che tentano di assomigliare agli dei. Tutti vogliono diventare famosi anche senza per forza aver qualcosa di nuovo da dire, e la prostituzione intellettuale (quando non la prostituzione vera e propria) pare l’unica via per raggiungere questo traguardo, come se davvero una volta arrivati non ci fosse bisogno d’altro.

Open Water ed Alla deriva. Una lettura psicologia dei film

OPEN WATER

questo film è tratto da una storia vera in cui due bombolari in vacanza vengono lasciati in mare dal servizio diving per colpa di un errore nel conteggio dei sub tornati a bordo barca, per cui si ritrovano più di un giorno intero in mezzo all’oceano. Nel film la coppia di sub, coppia anche nella vita, si ritrova ad aver a che fare con i classici pericoli del mare; come bisogni fisiologici tipo freddo, sete, fame, o alle prese con nemici provenienti dall’imprevedibilità dell’acqua, come meduse, pesci e squali. Premesso che nell’immaginario collettivo gli squali sono appena al largo dalla spiaggia pronti a sbranarci, ma questa paura atavica spesso è sconfermata dalle statistiche.

Il film è tratto più che da una ricostruzione realistica dei fatti, da un indizio inquietante realmente documentato: una macchina fotografica subacquea è stata ritrovata nella pancia di uno squalo proprio nei giorni successivi allo smarrimento dei due bombolari in questione, ma i due episodi possono essere tranquillamente scollegati. Quindi la ricostruzione del regista Chris Kentis è frutto della sua personale immaginazione, perciò analizzare il suo film è diverso dall’analizzare i fatti verosimilmente accaduti. Il regista ha arricchito la storia di questa disgrazia di dettagli pensati da lui, che parlano del rapporto tra i due compagni che vanno al di la del mare e della paura che può suscitare. Forse il mare proprio per il suo essere inconoscibile, infinito ed imprevedibile, è un pretesto per parlare di qualcos’altro tramite una pellicola.

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Quanto costa guidare una macchina per tutta la vita

samaforo del caos

Questo semaforo però risolverebbe di sicuro la questione...

Ci sono due tipi di costo che derivano da uno stile di vita basato sull’uso dell’automobile, uno che grava sul bilancio familiare in termini economici, ed un altro che si può esprimere in termini di rigidità del sistema economico più generale.

Se una macchina che mediamente costa 15.000 €, che con un litro di benzina fa 14 km al litro, con un costo di 1,4€ al litro (prezzo tra l’altro in continuo aumento) costerà ad un automobilista medio, che fa circa 200mila km con un’automobile 20.000€ di sola benzina ogni 10 anni. Aggiungendo a queste cifre un’assicurazione di circa 500€ l’anno (nelle grandi città il costo aumenta notevolmente), ed un costo analogo di manutenzione (intendendo con questo tutti i costi di gomme, olio, manutenzione meccanica, elettrauto, di carrozzeria, ecc) arriviamo ad una cifra complessiva di circa 45.000 € ogni 10 anni per automobile, volendo essere davvero buoni. Tralascio inoltre le spese dei vari pedaggi dell’autostrada. Se pensiamo che la macchina viene usata per circa 50 anni della propria vita, e che mediamente ogni famiglia possiede due macchine allora la cifra arriva alla somma di 450.000€ nell’arco della vita di ogni famiglia, cioè quasi mezzo milione di euro. Adesso io mi chiedo quale meravigliosa casa sia possibile comprare con questa astronomica cifra!!! Scarica questo file excel che calcola i dati che ho detto. http://www.box.net/shared/khp16g49hk Continua a leggere

Psicologia della bestemmia

::ATTENZIONE :: Dato che chi bestemmia spesso sta provocando allora non si potrà parlare di bestemmia senza provocare, quindi leggendo sperimenterai un leggero o forte fastidio a seconda di del tuo livello di bigottismo. Prendilo come un test! Accogli la provocazione facendoti il segno della croce

Sarà strano da accettare ma noi italiani siamo artisti della bestemmia, delle piroette linguistiche tra il sacro ed il profano. Siamo degli artisti perché, oltre gli italiani e vagamente gli spagnoli, nessun altra cultura concepisce il significato di bestemmia.

Se provate a dire “pig-good” ad un americano lui potrebbe rispondere tree-television…per loro è un mero accostamento di parole senza soluzione di continuità. Per dare senso a delle parole in fila bisogna avere in mente il concetto che le possa legare. C’è allora da chiedersi perché in italia siamo maestri dei voli pindalici dissacranti ed osannanti nello stesso tempo. Sarà la forte influenza della chiesa cattolica? Sicuramente si! Su questo non c’è dubbio, e ciò ci accomunerebbe agli spagnoli, che storicamente ha avuto una forte influenza della chiesa. Quindi la possiamo intendere come una forma di ribellione a tale potere. Ricordo come chi bestemmiava nel medioevo era sottoposto a crudeli torture da parte delle sacre istituzioni, quindi bestemmiare era, come ancora è, un modo per rischiare la propria credibilità sociale, specie se in situazioni formali. Infatti la parola bestemmia deriva dal greco antico blasphemìa, cioè “discorso ostraggioso”, composto dai verbi blaptein, “offendere”, “danneggiare”, e phemi, “parlare”. Quindi chi bestemmia viola volontariamente un potere istituito senza competenze.

Ma tralasciando la domanda “perché” credo sia interessante pensare al “cosa” Continua a leggere