La tradizione del pane di Matera: un simbolo di solidarietà del passato mitico

QUESTIONI TECNICO- PRODUTTIVE

pane cotto  legna

La merenda del buon materano è fatta di pane condito con pomodoro, sale, origano ed olio (più aglio per i più temerari), detto più semplicemente “pane e pomodoro”, con cui sono cresciuti di generazione in generazione per secoli centinaia di giovani, adulti ed anziani. Anche Carlo Levi venendo a Matera durante il suo esilio durante il ventennio fascista vide bambini con enormi fette di pane e pomodoro, immagine che ben rappresentava Matera in “Cristo si è fermato ad Eboli”. Quelle fette di pane erano enormi perché tagliate da pagnotte molto più grandi delle attuali che non superano il chilo. La pezzatura minima era di 2 Kg, ma potevano arrivare anche fino a 6 per le famiglie più numerose. Il cambio delle dimensioni e quindi del peso è avvenuto per motivi di conservazione del pane, infatti più è grande più tende a trattenere l’umidità a lungo, restando morbido; infatti il pane veniva fatto solo una volta ogni sette giorni e doveva mantenersi fresco per tutta la settimana. Il giorno in cui il garzone passava con la sua tavola sulle spalle per i vari quartieri della Matera antica, l’attuale Rione Sassi, raccoglieva le pagnotte casa per casa per portarle al suo forno. Mentre il fornaio cuoceva a legna la pasta lavorata e fermentata dalle donne, gli uomini erano nelle campagne per lavorare i terreni in cui si piantava il grano necessario per la farina, chiudendo il ciclo produttivo.

La produzione del pane è quindi una tradizione che organizzava gran parte del tessuto sociale: gli uomini erano agricoltori, le donne impastavano la farina in forme che venivano cotte dal fornaio.

La ricetta, che prevede una miscela di farine di semola di grano duro, di cui il 20% è di tipo cappelli (per informazioni su questo tipo di grano vedi qui, qui e anche qui), prevede una lievitazione di tipo naturale, cioè producendo il lievito direttamente in casa. Le donne dopo aver impastato conservavano una piccola parte della massa prima di consegnarlo al garzone, cosicché, facendolo letteralmente ammuffire in un angolo umido della casa, produceva il lievito necessario per fermentare la pagnotta della settimana successiva.

IL PANE COME COLLANTE SOCIALE

matera di notteTutto ciò la dice lunga su come una panificazione del genere implichi una cultura profonda ed uniformemente distribuita nei materani, una cultura fatta di gesti semplici e conoscenze secolarizzate nella storia. La produzione del pane quindi non contempla solo un aspetto esclusivamente tecnico e produttivo, ma anche simbolico che ancora oggi dà identità alla città insieme alla presenza del quartiere Sassi che si affaccia sulla gravina (una gola degna di un canyon che taglia le colline della murgia).

Alla produzione del pane è indissolubilmente intrecciata la solidarietà del tessuto sociale che collaborando alla sua produzione crea un senso di collettività e di appartenenza di cui il pane è il collante.

Possiamo immaginare che le donne ad esempio potevano scambiarsi consigli circa possibili migliorie per perfezionarne il gusto, oppure i vicini potevano chiedere di farsi fare il pane al proprio posto in caso di cattiva salute, creando dei rapporti veri tra vicini non esclusivamente economici; quindi il pane prodotto di tutto ciò, si è caricato di significati sociali che parlano di collaborazione, cultura e senso civico.

Anche l’aspetto della convivialità entro le case materane vedeva di nuovo presente come protagonista il pane. Il gesto del taglio delle fette era fatto in tavola dalle donne, che stringendolo al petto con un braccio e, impugnando il coltello con l’altro, rivolgendo la lama verso il petto, tagliavano una ad una le varie fette, con un gesto tipico che ancora oggi rappresenta l’immagine del calore delle mura domestiche dopo una giornata di lavoro contadino.

La tradizione del pane a Matera non rappresenta solo un prodotto tipico di eccellenza, ancora di più simboleggia una società dal passato mitico, che intorno al pane organizzava la propria convivenza, definendo ruoli e funzioni di uomini e donne sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare. Analogamente il lavoro contadino degli uomini che andavano quotidianamente fuori dalle città per coltivare il grano, ben rappresenta come la produzione del pane necessitava di una mescolanza di competenze specifiche spese entro le varie fasi di produzione.

Il pane della città dei sassi è buono per tutti questi motivi, che non sono strettamente aderenti a questioni tecniche, è buono per la sua storia e per la cultura di convivenza che rappresenta. Il pane è buono perché lo si è migliorato insieme per secoli, creando una cultura della panificazione intrecciata con quella della solidarietà e del civismo.

IL PANE OGGI

Ciò che qui voglio dire, è che la tradizione del pane è il simbolo della capacità dei materani di cooperare promuovendo convivenza. Se il pane oggi ci parla di tradizioni,ma quello che rappresenta non è un mito relegato nel passato di cui avere nostalgia, ma è un oggetto che tutt’oggi è attuale.

Ancora oggi dal panettiere si parla e si socializza, ci si scambia opinioni sulle varie forme di pane a cui più si è affezionati, o sui vari livelli di cottura preferiti. “Dammi quello ben cotto, che il coltello deve fischiare mentre lo taglio” (“Ah mhà domm chir abbr’shet, ca quonn lì taghjè u chrtìdd hò f’shckè!”) ho sentito gridare una volta da un anziano in un forno! Una persona che urla in un forno di una qualunque altra città sarebbe stata vista con sospetto, se non addirittura considerata folle. Invece quel gesto, in quel forno, in quella città, non poteva che far sorridere tutti coloro che erano in fila; piuttosto l’anziano fu accolto con affetto per il suo ricordare ed inpersonificare quel passato tanto mitico che pareva quasi rappresentato in una performance teatrale.

Tutt’ora il pane è variegato per forma e cottura: c’è il pane alto (cornetto), il pane basso, il filone, il pane azzimo (ficcilatidd), i taralli, la focaccia (f’ccozz), la focaccia farcita. Ciò non nasce dalla creatività di un singolo produttore/industriale che ha deciso di innovare il proprio menù di prodotti, ma si sviluppa dalla capacità di una città di innovare i propri beni di consumo con un processo creativo collettivo e continuativo svoltosi nell’arco di molto tempo.

I GIOVANI ED IL LAVORO A MATERA

Se oggi il pane non viene più prodotto in casa, ma il ciclo produttivo è interamente nelle sapienti mani dei fornai (che saggiamente ne hanno fatto un marchio igp registrato), resta il suo valore simbolico che da identità a Matera ed ai materani.

E’ possibile raccontare la città, il territorio e l’aspetto produttivo raccogliendo testimonianze del passato? Questo passato di solidarietà e convivenza è riattualizzabile oggi per promuovere civismo?

Non che Matera abbia grossi problemi sociali, ma certamente manca una progettualità condivisa per il futuro dell’economia locale. Matera dopo essersi risvegliata del sogno del boom economico dei vari salottifici si ritrova con un alto tasso di disoccupazione e con un futuro incerto. La deriva verso un impiego precario, spesso in call-center, oltre a non permettere una progettualità dei giovani, si riflette in una difficoltà di progettualità della città intera. Cos’è Matera? In che direzione si sta muovendo? Ci sono due strade potenzialmente percorribili: una legata al territorio, alla tradizione, alla cultura ed ai prodotti tipici e perché no al cinema, tutto ciò che in definitiva può sfociare in un turismo colto o enogastronomico (andamento tipicamente italiano che va percorso). La seconda strada di contro è aspecifica, slegata dal territorio e destinata a durare poco tempo, come recentemente la “fase dei salotti” ci ha insegnato. L’attività produttiva crea identità del territorio, chi lavorava alla Nicoletti salotti, alla Natuzzi o nell’indotto ne andava fiero perché contribuiva a produrre prodotti d’eccellenza. Il turismo si nutre di questi aspetti immateriali e storico-sociali che vanno preservati come le direttive dell’Unesco suggeriscono.

Riassumendo sarebbe interessantissimo recuperare gli aspetti psicosociali della produzione del pane, per riattualizzarli entro una progettualità cittadina.

LA PUBBLICITA’ E I POSSIBILI SVILUPPI FUTURI: VALORIZZARE I BENI IMMATERIALI

Dal 2005 in poi Matera è per tutti la città dei sassi, grazie ad un film che l’ha resa celebre, in barba all’ingresso della città nel patrimonio mondiale dell’unesco del 1993 e di numerosi altri film fino ad allora girati. Da allora l’immagine del campanile che sovrasta la città vecchia, rappresentata come una linea frastagliata che divide il cielo dalla terra contornando i sassi e la cattedrale, è diventato il simbolo della città, o volendo il suo logo. Basta cercare su google-immagini per capire di cosa sto parlando. Identificarsi in un’immagine eretta a simbolo è un processo naturale, tipico di tutti i gruppi più o meno ampi che in un certo senso necessitano di un totem come ogni tribù. Questo disegno che si vede chiaramente nello sfondo della pubblicità è usato moltissimo dai materani stessi per creare loghi d’ogni tipo. Quindi i sassi, rappresentati da questo logo, lasciano poco spazio ad altri loghi, o ad altri simboli, come quello del pane. Matera a livello di rappresentazione sociale è la città dei Sassi, non la città del pane. Il rischio è che i sassi con la loro grandezza ed imponenza possano coprire una potenziale ricchezza che invece si potrebbe preservare, come l’aspetto produttivo della città. C’è lo spazio nell’immaginario collettivo per il pane, oppure i sassi saturano tutti i simboli della città? Credo che una strada ad esempio possa essere collegare il simbolo dl pane al simbolo dei sassi per creare una pubblicità d’effetto, come ad esempio:

“Matera la città dei sassi, ma dal cuore tenero come mollica di pane” richiamando alla mente come le fette di pane siano a forma di cuore (è solo un esempio).

 

Sarebbe disposto il consorzio del pane di Matera, il comune, la provincia, la regione o l’Unesco a finanziare una lavoro in cui  si possano recuperare aspetti storico-sociali del passato della città, legato ad aspetti produttivi enogastronomici? Tramite foto, racconti o interviste si potrebbe recuperare questa ricchezza storica per riattualizzarla, per promuovere senso civico da una parte e turismo competente dall’altra, con le ovvie ricadute su posti di lavoro. Il tutto con un pizzico di sano gioco che permette di creare, oltre che recuperare, tutto il contenuto che la storia dei sassi contiene.

 

Un pò di bibliografia: R. Barthes, 2005, miti d’oggi, Einaudi ; E. J. Hobsbawm, T. Ranger, 2002, la costruzione della tradizione, Einaudi; D. Putnam, 1993, La tradizione civica delle regioni italiane.

Quanto costa guidare una macchina per tutta la vita

samaforo del caos

Questo semaforo però risolverebbe di sicuro la questione...

Ci sono due tipi di costo che derivano da uno stile di vita basato sull’uso dell’automobile, uno che grava sul bilancio familiare in termini economici, ed un altro che si può esprimere in termini di rigidità del sistema economico più generale.

Se una macchina che mediamente costa 15.000 €, che con un litro di benzina fa 14 km al litro, con un costo di 1,4€ al litro (prezzo tra l’altro in continuo aumento) costerà ad un automobilista medio, che fa circa 200mila km con un’automobile 20.000€ di sola benzina ogni 10 anni. Aggiungendo a queste cifre un’assicurazione di circa 500€ l’anno (nelle grandi città il costo aumenta notevolmente), ed un costo analogo di manutenzione (intendendo con questo tutti i costi di gomme, olio, manutenzione meccanica, elettrauto, di carrozzeria, ecc) arriviamo ad una cifra complessiva di circa 45.000 € ogni 10 anni per automobile, volendo essere davvero buoni. Tralascio inoltre le spese dei vari pedaggi dell’autostrada. Se pensiamo che la macchina viene usata per circa 50 anni della propria vita, e che mediamente ogni famiglia possiede due macchine allora la cifra arriva alla somma di 450.000€ nell’arco della vita di ogni famiglia, cioè quasi mezzo milione di euro. Adesso io mi chiedo quale meravigliosa casa sia possibile comprare con questa astronomica cifra!!! Scarica questo file excel che calcola i dati che ho detto. http://www.box.net/shared/khp16g49hk Continua a leggere

Il futuro dell’economia. La nascita dei Prosumers

Le nuove tecnologie permetto a tutti di diventare dei produttori e nen solo dei consumatori di materiale artistico di ogni genere. Basti pensare a telecamenre, macchine fotografiche e programmi di montaggio che permettono di realizzare oggetti artistici virtuali o reali, come foto e film grazie anche ai software a basso costo o meglio ancora GNU (come Gimp o Kino).

Ma questa non è che la punta dell’iceberg perchè con i tutorial sottoforma di testo o di video. Basta cercare ad esempio: “sbucciare una mela” seguito dal acronimo “how-to” su google o youtube per rendervi conto di come lo scibile, anche quello spicciolo sia ormai quasi tutto digitalizzato, rendendo di fatto possibile a tutti di produrre qualsiasi cosa, dall’elettronica, alla falegnameria, o dalla musica al cinema.

La filosofia dello smannettone, cioè quello che si fa da se gli oggetti che servono esisteva già e si chiama “Do it yourself” (siglato Diy) che consiste nel non comprare necessariamente tutto ciò che serve dalle aziende speculatrici del consumismo, ma reciclare da vecchi oggetti i pezzi necessari alla crazione dell’oggetto necessario.

Tutto ciò trasformerà gli internauti da consumatori (consumers) scissi dai produttori (productor), in consumatori-produttori (prosumer) che spezzano così il circuito che vede i due processi come scissi e creatori di sudditanza psicologica, creando una nuova economia che prende il nome di grassroot.

Guardate questo video per capire quello che sto cercando di spiegare ma che non credo di aver reso. Questo video è realizzato da un futurologo che sa come sorprendere e far immaginare quando parla dei nuovi media … voce di Philip_K._Dick.