Open Water ed Alla deriva. Una lettura psicologia dei film

OPEN WATER

questo film è tratto da una storia vera in cui due bombolari in vacanza vengono lasciati in mare dal servizio diving per colpa di un errore nel conteggio dei sub tornati a bordo barca, per cui si ritrovano più di un giorno intero in mezzo all’oceano. Nel film la coppia di sub, coppia anche nella vita, si ritrova ad aver a che fare con i classici pericoli del mare; come bisogni fisiologici tipo freddo, sete, fame, o alle prese con nemici provenienti dall’imprevedibilità dell’acqua, come meduse, pesci e squali. Premesso che nell’immaginario collettivo gli squali sono appena al largo dalla spiaggia pronti a sbranarci, ma questa paura atavica spesso è sconfermata dalle statistiche.

Il film è tratto più che da una ricostruzione realistica dei fatti, da un indizio inquietante realmente documentato: una macchina fotografica subacquea è stata ritrovata nella pancia di uno squalo proprio nei giorni successivi allo smarrimento dei due bombolari in questione, ma i due episodi possono essere tranquillamente scollegati. Quindi la ricostruzione del regista Chris Kentis è frutto della sua personale immaginazione, perciò analizzare il suo film è diverso dall’analizzare i fatti verosimilmente accaduti. Il regista ha arricchito la storia di questa disgrazia di dettagli pensati da lui, che parlano del rapporto tra i due compagni che vanno al di la del mare e della paura che può suscitare. Forse il mare proprio per il suo essere inconoscibile, infinito ed imprevedibile, è un pretesto per parlare di qualcos’altro tramite una pellicola.

Nel film che suppongo non abbia richiesto una grossa spesa per la scenografia (basterebbe un lago in un giorno mediamente sereno) gran parte del budget è stato dedicato alle riprese ad al montaggio, che sono stati ottimi nel descrivere il rapporto tra i due, con dei tagli di inquadrature angolate e dai colori molto nitidi. Le inquadrature e gli zoom mostrano il rapporto della coppia, già quando erano ancora in città, come dedita ad un amore che li lega in modo indissolubile, il cui collante è paradossalmente la distanza tra i due. Tale distanza riesce a non farli diventare troppo attaccati, ma li vincola anche a dei riti di corteggiamento continui, in cui questa distanza deve essere rispettata e violata di continuo, sottolineando il legame. Il mondo all’esterno pare non esistere, e ciò è rappresentato da inquadrature della camera che vede lo sfondo cambiare continuamente, ma non i soggetti principali, il mondo oltre il loro rapporto pare fumoso, fugace e di passaggio. Il protagonista non è il ragazzo o la ragazza, ma la danza del loro rapporto, il loro non dover essere troppo attaccati ed il dover essere separati dal resto del mondo.

Quando i due sono sulla barca del diving insieme agli altri sub la dinamica è sempre la stessa, cioè ignorare il resto del mondo; perciò fanno il tuffo in solitaria, causando per vie traverse la loro sfortuna. Ma questo loro rapporto in cui ciò che è esterno alla coppia è escluso dal campo di interesse diventa fonte di paura ed angoscia quando sono dispersi in mare. Ovviamente squali, meduse o altro sono dei pericoli reali, ma quando si sta in mare il non poter distinguere ed individuare il nemico dal resto dell’acqua ha un sapore specifico, è proprio quello si cui ha costruito tutto la pellicola il regista.

Il film vede consumarsi il dramma solo dopo aver messo a dura prova la lucidità dei due personaggi, il climax a cui lo spettatore è sottoposto è degno di un triller. Gli squali dopo delle apparizioni fugaci fanno compagnia ai bombolari per molte ore di fila in un imprevedibile ed improbabile accerchiamento in cui la loro presenza è sempre più costante. Il nemico è lì, prima di diventare visibile nell’acqua è sfuggente anche se chiaramente percepito; il dare forma ed immagine a questo nemico impegna almeno mezz’ora del film, facendolo sfociare nel triller-horror. La dinamica duale per cui l’esterno della coppia è snobbato ed ignorato fallisce drammaticamente in mare aperto, trasformandosi in una irruzione violenta di questa parte volutamente esclusa.

Open water è il pretesto per parlare di dinamiche di coppia che implodono al loro interno trasformando la complessità del mondo esterno in un semplicità duale; questa conformazione fallisce in situazione di pericolo che stressa un assetto che prima funzionava. Individuare nell’esterno un nemico a cui affibbiare tutta la pericolosità è una scorciatoia che permette un romanticismo altrimenti difficile. Penso a chi sente il mondo esterno come costantemente pericoloso, vissuto come pieno di nemici dai contorni vaghi, fino a diventare una paura vera e propria, non sempre legata ad un’oggetto realmente esistente, come la paura dei disastri ambientali, la paura della fine del mondo, la paura degli alieni o la paura di sbagliare.

Nel film dunque c’è una polarità, il partner è buono ed amico, noto ed affiliato, mentre il resto del mondo è minaccioso, nemico, e pericoloso e perciò escluso dal loro amore romantico.

La premura che i due mettono nell’evitare che si verifichino litigi viene meno solo in un momento del film, quello in cui prevale la visione individuale che li porta ad incolparsi a vicenda per le motivazioni dell’accaduto. Lei accusa lui di voler sempre fare “le cose cose che fanno gli altri”, il che li avrebbe portati a fare un tuffo separato rispetto al resto del gruppo; mentre lui accusa lei di avergli messo fretta affinché si andasse in vacanza il prima possibile, anche a costo di andare in un posto che non si conosceva bene, solo per staccare dalle stress accumulato a lavoro. Quest’unico momento di lite dimostra come una visione di coppia sia possibile solo quando si identifica il nemico all’esterno, perché quando di contro si accetta che il nemico possa essere interno alla coppia la dinamica individualista prevale.

Dopo il morso di uno squalo sul polpaccio del ragazzo il conflitto finisce per fare il posto ad una dinamica di accudimento che riesce a tenere magicamente (il sangue dovrebbe invece attrarre altri squali) l’estero separato ed inoffensivo. La riparazione operata dell’accudimento risana l’individualismo, riportando il rapporto entro una dinamica nota, quella del senso di colpa.

Quando il ragazzo muore per dissanguamento la sua compagna accetta l’impossibilità di poterlo riavere nel loro piccolo mondo, così lo lascia andare all’acqua del mare. Credo che l’unico modo per chiudere un rapporto in cui l’individualità porta al conflitto o di contro all’accudimento è iniziare a vedere un nemico, quindi abbandonarlo in un mondo ostile come quello del mare.

Infine la ragazza si lascia andare alla profondità del mare non solo perché non c’è più possibilità, ma anche perché senza quel rapporto resta solo la dissoluzione dell’individualità, come se evitare il conflitto fosse l’unica via per esistere psicologicamente in quel tipo di coppia. Come una tragedia greca Open Water parla di storie di persone normali, che incontrano gli dei di terra e di mare e perciò si scontrano contro un solo percolo: quello dei propri conflitti che si spendono quotidianamente.

ALLA DERIVA

Sulla scia di open water dopo qualche anno esce nelle sale “Alla deriva” di Hans Horn. similmente è un film drammatico, ma che invece si consuma in un gruppo di amici che per errori banali si ritrova, dopo un tuffo in mare, a non riuscire più a risalire sulla barca perché irraggiungibile senza poter utilizzare la scaletta che è rimasta chiusa. La barca quindi diventa l’unico punto di riferimento nell’oceano sconfinato, ma che paradossalmente non si può raggiungere, come se fosse una torre d’avorio inespugnabile.

Nel film più che un gruppo affiatato i personaggi si presentano come un insieme di individualità, non in grado cioè di collaborare per costruire una soluzione comune ai problemi che può incontrare. I sei “amici” sono disposti in tre coppie di uomini e donne, hanno ognuna una propria specificità relazionale. Tralasciando i nomi dei ragazzi (che non ricordo) la prima coppia è formata dal padrone della barca e da una ragazza rimorchiata la sera prima proprio mostrandole una foto della sua barca. La ragazza quindi è esterna al gruppo che si è consolidato con anni di amicizia. Questa è la classica donna oggetto, posseduta in modo analogo ad una barca o una macchina, che può essere acquistata con i soldi o con l’ostentamento dei uno status sociale. Il ragazzo infatti sottolinea continuamente la sua ricchezza, recitando un copione che conosce benissimo. “Copione” perché presto si scoprirà che la barca è stata in realtà da lui rubata, e più che di suo possesso è di proprietà suo datore di lavoro per cui faceva semplicemente lo skipper. L’irraggiungibilità della barca assume quindi una connotazione particolare, specie nel senso che un certo status o una certa credibilità sociale è visto come un mito inespugnabile; il mito del possesso diventa la sua ossessione così come quello di lui visto come un latin lover che solo mostrando una foto della “sua” barca riesce a rimorchiare. Questo ragazzo è quindi il protagonista del film.

La seconda coppia è fatta da una ragazza che per via della morte di suo padre, morto affogato quando era ancora bambina, ha il trauma dell’andare in acqua e perciò per gran parte del film indossa il giubbotto di salvataggio. Questo salvagente assume particolare significato all’interno del rapporto con il compagno, rappresentativo dell’accudimento costante che le dedica, ovattandola rispetto al resto del gruppo e del mare. Quest’ultimo si pone evidentemente l’obbiettivo di “curare” il suo trauma, portandola per mare oltre che accudendola standole il più vicino possibile e tranquillizzandola circa l’accaduto. Pensare ad una donna con un trauma così profondo, l’unica che ha un salvagente anche prima che serva davvero e che ha un accudente sempre pronto e servizievole lascia pensare che sia praticamente un’andicappata sociale! Lei è il personaggio protagonista donna, che dopo un po’ si scopre aver avuto una storia molto importante con il protagonista maschio molti anni addietro. La ragazza in questione ha un figlio dal suo attuale compagno, un figlio che diventerà presto motivo di angoscia quando la loro prolungata assenza dalla barca sveglierà la bambina in fasce portandola a continui pianti. Si sa come i pianti dei bambini siano portatori di una forte carica d’angoscia, infatti recentemente registrazioni di pianti di bambini vengono usati nelle guerre riprodotti ad altissimo volume per abbattere psicologicamente il nemico ancor prima che fisicamente. Il figlio, quindi frutto del loro rapporto di cure morbose diventa un simbolo di una crisi imminente. Della terza coppia mi ricordo meno, e comunque ha una importanza minore.

Sotto l’imponente ed inespugnabile barca presto arrivano i primi veri pericoli, ma non da parte del mare come si potrebbe pensare, ma da parte delle dinamiche stesse del gruppo, che presto implode riversando l’aggressività al suo interno. Lungi dall’individuare una strategia collaborativa i componenti del “gruppo” si ritrovano presto ad utilizzare i loro conflitti interiori irrisolti (quasi adolescenziali) per difendersi da una partecipazione difficile perché non si riescono ad abbandonare modi che anche se noti sono disfunzionali all’essere entro un gruppo di amici. La prima a morire è la ragazza-oggetto, perché l’ultima arrivata, poi è la volta del ragazzo della terza coppia, accoltellato dal “proprietario” della barca. Viene ucciso per un’incidente nel tentativo di fermarlo dall’intento di costruirsi un piolo su cui potersi arrampicare infilzando il coltello sul un lato della barca. Accoltellare la sua barca è un modo per offendere l’irraggiungibilità di uno status sociale tanto agognato, perché lo legittimerebbe ad interpretare un ruolo che pare essere l’unico in grado di recitare: quello del playboy ricco ed avvenente. Infine dopo la morte della terza ragazza è la volta del compagno della protagonista, che nel tentativo di trovare una porta sotto la chiglia della barca nella risalita frettolosa si procura una trauma cranico sbattendo con violenza sull’elica della barca.

Di qui inizia il finale, che altro non è che un superamento del trauma della protagonista. Il compagno prima di morire si ritrova a diventare un peso, una persona che non più in grado di badare a se stesso per via della botta in testa, tanto che la ragazza si priva del suo tanto importante salvagente per donarlo a lui, anche se non riesce a salvarlo dall’inarrestabile emorragia. Inizia così a costruirsi un modo per poter uscire dal suo trauma individuale in modo attivo, privandosi del simbolo che l’ancora alla dipendenza.

I due protagonisti ormai soli, si ritrovano in completa solitudine, pronti a rivitalizzare il loro antico legame che anche se silente è stato sempre presente e vitale. I due riescono ad attuare un piano collaborativo, impossibile prima per via della presenza dei vari amici. Si ritrovano quindi soli ognuno con il proprio trauma, lui costretto a smettere di recitare un ruolo, lei con il trauma della morte del padre che sente causato da lei, perché non riuscì a salvarlo mentre affogava.

L’insight ed il cambiamento catartico arriva inesorabile per entrambi, lui pianta il coltello nella barca permettendo a lei di salire a bordo usandolo come piolo, uccidendo simbolicamente l’oggetto che gli permetteva di recitare il suo ruolo preferito.

Quando finalmente la barca è riconquistata dalla ragazza che ormai sfinita, si addormenta esausta, si dimentica del suo exragazzo che rischia di affogare perché sfinito da una profonda ferita sulla mano. Nel sonno la ragazza sogna la scena traumatica della morte del padre, ricordandosi che ha un modo per recuperare: salvare i ragazzo che sta rischiando di morire mentre dorme. Rivivere la scena traumatica le permette di riparare l’errore infantile con la forza della donna che è adesso.

Rispetto a Open Water questo film avendo un lieto fine non lo si può considerare una tragedia, anche se per poter succedere c’è bisogno che glia altri del gruppo scompaiano. Questa aspetto è particolare, come se le regole sociali del gruppo impedissero ai due di continuare la loro storia, o almeno così hanno creduto i due protagonisti. Immaginarsi il prequel, cioè pensare la motivo per cui il loro rapporto sia finito anni prima, è semplice. Lei aveva bisogno di salvare qualcuno in modo riparatorio, mentre invece lui non voleva essere relegato

Questi due film parlano delle stessa cosa, ciò della difficoltà di esplorare spazi ignoti e nuovi usando dinamiche che si sa già porteranno al fallimento, passando per la tragedia (precisamente la tragedia greca). Il punto è che esplorare l’ignoto (il mare) è un’operazione non scontata, che toglie punti di riferimento noti. Accettare di non avere punti fissi ed invariabili di riferimento, come la coppia per Open Water (attribuendo all’ignoto una valenza di pericolo) e il gruppo per Alla Deriva è uno degli obbiettivi della vita, che qualcuno chiamo crescita altri sviluppo.

Roland Bartes in “I miti d’oggi” paragona “Il nautilus” di Verne ed il “Bateau” di Rimbaud per rimarcare la distinzione tra l’andare per mare (ignoto) con tutto il proprio mondo interiore e l’andarci lasciandolo invece a casa. Rimbaud immagina addirittura una barca vuota e senza pilota per dire come lasciare se stessi a casa è l’unico modo per esplorare davvero dinamiche nuove. L’esplorazione di mondi sconosciuti senza categorie preimposte è un’operazione psicologica non semplice. Proprio perché iniziare un rapporto nuovo “partendo da capo” è certamente impossibile appare chiaramente difficile andare avanti verso il nuovo, ma resta che l’unico modo è sospendersi.

Io personalmente ho comprato una custodia subacquea per esplorare l’ignoto e per riportarmi a casa dei ricordi e dei frammenti, cosicché dal mare dell’infinito possa recuperare qualcosa che mi serve anche quando sono entro i miei schemi quotidiani. Questo è il mio primo video girato al mare, al tramonto di santa severa, con scarsa luce e acqua torbida…toccherà migliorare.

Share
|



var addthis_config = {“data_track_clickback”:true};

4 pensieri su “Open Water ed Alla deriva. Una lettura psicologia dei film

  1. Sì ho capito, ma com’è che nessuno risponde alla chiamata del pescatore che arriva forse il giorno dopo, mentre poi i due si vedono sul ponte, lei in piedi e lui tramortito a terra, con in sottofondo il pianto della bambina… Com’è che finisce sto film??? Nessuno è riuscito a capirlo…

  2. Tutti morti, lei è un fantasma che veglia sul bambino che nella sua immaginazione piange, il pescatore infatti non vede e non sente nessuno come lei.

  3. Esatto, questa recensione è tutta errata oltre che frettolosa e piena di vuoti di memoria, il finale è proprio sbagliato, il pescatore rinviene solo la bambina, amy e il “capitano” sono morti ma lei immagina di sentire ancora la sua bimba piangere e di essersi salvata come se fosse un miraggio mentre invece sta morendo con l’amico in mare, cosa che psicologicamente la riscatta dal non essere riuscita a salvare suo padre. In sostanza è basato su una storia vera che riporta come dato di cronaca che un peschereccio rinvenì uno yacht con a bordo solo una bimba di pochi mesi che piangeva e al suo richiamo nessuno risponde perché proprio come nel film sono tutti morti tranne la bimba. (Infatti nel film il pescatore vede la barca vuota e nessuno risponde al suo richiamo e sente solo il pianto della bimba se si presta più attenzione) .L’immagine dei due che si salvano è un miraggio, è come una presenza fantasma di una madre che non riesce a staccarsi dalla sua piccola anche nella morte per un effetto finale scenico più forte, ma gli unici dati di fatto sono che non si salvò nessuno. Ma la maggior parte del pubblico non fa caso al “dettaglio” del peschereccio e crede di aver capito il finale quando ne ha capito l’opposto.

  4. Onestamente questa recensione e’ poco condivisibile e anche sbagliata. Non ha colto il finale drammatico, come già suggerito da altri nei commenti precedenti, ma sopratutto si sofferma su aspetti del tutto ovvi oppure psicologizza e si sforza di trovare chissà quali (banali) significati dietro a scelte registiche non sempre brillanti. È un semplice film di sopravvivenza thriller come se ne vedono tanti senza particolare profondità psicologica, non è certo Morte a Venezia quindi non meritava una recensione così dettagliata. Detto questo, oltretutto, alcune scelte registiche sono del tutto improbabili. Lei che si salva, salva la figlia e che fa? Torna a recuperare quel coglione che non voleva salire sulla scaletta, rischiando (e trovando) la morte? Dai. Non esiste. I due che litigano per il coltello e guarda a caso uno ferisce l’altro mortalmente? Ma dai, assurdo. La tizia figa che si affoga da sola perdendo il controllo dopo solo un paio d’ore in acqua? Ma chi lo farebbe? L’altro cretino che perde il coltello in acqua e sbatte la testa? Troppa sfiga, per non parlare del cellulare che non funziona e viene subito gettato in mare… C’erano mille modi per salvarsi e volutamente il regista li ha fatti sfumare, ma in un modo forzato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...